La Gattoparda

Un Giallo Musicale
Creazione teatrale di Miriam Palma e Lina Prosa

Drammaturgia

Lina Prosa

Paesaggio sonoro

Miriam Palma-Antonio Leto

 

La Gattoparda abita in un palazzo di Palermo abbandonato e con lei due donne di compagnia. La dimensione temporale delle loro azioni ha i confini confusi al punto che è difficile distinguere se tutto deve ancora cominciare o è già concluso. Il rapporto tra le tre donne è anomalo e a volte anche perverso. Seppure il ruolo dominante è quello della Gattoparda sono Franzine e Magdalene a gestire il ciclo di vita e di morte della Gattoparda come due serve di scena e come due mandanti dell’identità misteriosa della Padrona. In tal senso lo spettacolo assume i toni del Giallo animato da una macchina delle trasformazioni contrassegnato dai tre colori dei costumi di scena: bianco, rosso e nero. I passaggi da un colore all’altro conducono ai fatti elementari dello spettacolo: il ballo e la festa, il sogno dell’amore e il viaggio a New York, la rivelazione della Tana, la Morte e Rinascita.

In questa macchina da lei stessa voluta qual è il destino della Gattoparda?

Allo spettatore il piacere di scoprirlo.

Il titolo dello spettacolo richiama il famoso romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa ma anche il film di Visconti a cui forse l’immaginario siciliano popolare deve più del romanzo. Ma questo richiamo “alto” si lega alla scena come un panorama lontano, evocativo, uno stimolo per impadronirsi delle domande “più siciliane”, corrosive ed ironiche, sull’esistenza e sulla appartenenza.

E’ soprattutto con la proverbiale ’immobilità “siciliana” che lo spettacolo si confronta ribaltandone il senso comune. Le prime parole della Gattoparda sono “pari ca staiu durmennu…pari ca un fazzu nenti…”La Gattoparda annuncia una presa di coscienza dell’immobilità non come mancanza di movimento ma come un’attività addirittura ininterrotta di pensiero per la quale si potrebbe usare paradossalmente come metafora il pianeta terra che si muove talmente velocemente al punto da sembrare fermo. La Gattoparda sa e vede tutto, anticipa le azioni e finisce per renderle nulle, ecco l’illusione della mancanza di movimento.

Lo spettacolo è stato concepito non su un testo predefinito ma su una scrittura di scena in cui la musica fa da filo conduttore ai diversi piani drammaturgici: il dialetto, il colore, l’immagine video. La tessitura finale è particolare, con un linguaggio teatralmente autonomo, sintesi delle competenze individuali e delle esperienze del gruppo.

 

 

La Tana

La Gattoparda è nata in uno spazio suo proprio la Tana: un luogo a parte, pensato appositamente per la creazione, nella necessità di conquistare distanza dalla materia di partenza e nello stesso tempo di favorire una intimità creativa sua propria. La Tana è stata ricavata nel piano disabitato del Centro Amazzone, stazione di liberi passaggi di uccelli, e di vite “altre” clandestine, essenza teatrale del nostro sentire senza cui non sarebbe stato facile entrare dentro ad un universo complesso che da siciliane ci riguardava e ci riguarda troppo da vicino. Così il nostro accamparci per mesi nella Tana è stata la soglia formativa di una ricerca teatrale a tutto dentro in cui hanno viaggiato anche i calabroni storditi dalle stufe usciti fuori a cercare aria da quei buchi di arenaria nuda del soffitto.

La Tana, fisicamente, come anfratto di un desiderio di teatro, ma anche, metaforicamente, l’unico luogo possibile dove poter vivere quando fuori si perde il senso religioso dell’esistenza, quando l’eccezione diventa la regola e il mondo è privo di colore e viene sovvertita la grammatica dell’universo.

L’incontro tra Gattoparda e teatro è cominciato quindi dal teatro stesso, alla scoperta della solidarietà ancestrale tra teatrante e spazio scenico, da cui ottenere i favori straordinari per una dimora temporanea.

 

Il richiamo al testo letterario e al film

Il rapporto dello spettacolo con il romanzo di Tomasi di Lampedusa passa attraverso una lingua straniera, il francese. Si voleva costruire intorno all’icona letteraria un territorio di evocazione piuttosto che di seduzione, di teatro quindi e di discussione: la battaglia per una apparizione al femminile della nostra storia ma che non fosse assolutamente intesa come un Gattopardo al femminile. Una apparizione di una madonna dal nome Gattoparda, di una prigioniera dal nome Gattoparda, di una affabulatrice dal nome Gattoparda, ecc… Una scelta di distanza quindi che ci ha consentito di spostare l’asse rischioso dell’identificazione verso la neutralità della parola letta e detta. Quale migliore soluzione se non quella di affidare alla voce dello stesso traduttore del Gattopardo, Jean-Paul Manganaro, l’incipit francese del romanzo?

Quale migliore soluzione ancora quella di spostare la memoria immaginifica del film di Visconti, così forte nell’immaginario siciliano, nella ricostruzione video di un ciclo di vita quotidiana (ha fatto da set cinematografico la stessa tana) di cui lo stesso Manganaro diventa l’immaginario sposo della Gattoparda?

Romanzo e film, stanno nello spettacolo come in un laboratorio di contaminazione e di riformulazione dell’alfabeto siciliano aggiornato con lettere del femminile tese all’ironia e alla dissacrazione, al ribaltamento delle visioni canoniche e alla riscrittura del rapporto tra femminile e decadenza.

 

Il dialetto e il paesaggio musicale

L’uso del dialetto siciliano è di fondamentale importanza nello spettacolo per il fatto di essere vicino all’archetipo e di favorire quindi l’autenticità della traduzione del pensiero. Il carattere musicale dello spettacolo nasce da qui, dalla lingua dove corpo e spirito sono all’unisono. Un esempio: non si può cantare il fado senza il suono della s dura. Il fonema st detto in altro modo non tocca come una lancia il cuore come certe parole siciliane hanno il potere di fare. La sceltà è stata però non di un dialetto siciliano del popolo, ma di quello dei medici di famiglia che molti di noi nei paesi, hanno sentito, nella vivace ibridazione di idiomi italiani e accenti siciliani, ed innesti di espressioni intraducibili. Di questa atmosfera fanno parte anche alcuni canti siciliani liberati dal luoghi comuni e introdotti in un nuovo flusso poetico, come per esempio la ben nota “Vitti na crozza”.

 

Il culto della morte e il cibo

Quando la Gattopardo muore, uccisa da Franzine, Magdaleine apprecchia ai suoi piedi la tavola. Nella cultura siciliana il rapporto con la morte per noi siciliani è sempre stato molto presente soprattutto il connubio tra morte e cibo. Nei nostri ricordi di bambini siciliani la morte veniva a visitarci arrivavando orribile solo come la morte può essere ma nello stesso tempo affascinante. Solo in quella occasione la voce di intere famiglie si abbassava e somigliava a quella dei cantanti jazz. I volti si distendevano e tutti erano più umani e gentili e si raccontavano le mirabili gesta del defunto e si tiravano gli abiti e gli ornamenti più belli ed eleganti: “u mortu cunzatu”. Con la stessa perizia si “cunzava a tavula” dove i parenti del defunto si apprestavano a consumare un pranzo offerto dalle persone care, parenti, amici, “u conzulu”. Poi si continuava a stare assieme con grande serenità e tutto sembrava essere naturale. Anche il morto non era più morto “talè che beddu pari chi sta durmennu”, così il morto al centro della stanza si consumava assieme al pranzo.